La stampa 3D al servizio dell’economia circolare
Negli ultimi anni, la stampa 3D ha assunto un ruolo sempre più rilevante come alternativa sostenibile ai processi produttivi tradizionali. Grazie alla produzione additiva, gli sprechi vengono notevolmente ridotti, consentendo la realizzazione di prodotti personalizzati e on demand. Ad oggi la stampa 3D trova ampia applicazione nel Large-Format Additive Manufacturing (LFAM), consentendo la produzione di elementi costruttivi e componenti di grandi dimensioni con materiali che spaziano dal cemento ai metalli, fino alle plastiche bio-based e ai compositi. In alcuni casi, questi materiali possono essere recuperati a fine vita e reimmessi nel ciclo produttivo per la realizzazione di nuovi prodotti. Per questo, la stampa 3D e i materiali utilizzati nel processo rappresentano tecnologie chiave per favorire la transizione verso modelli di economia circolare e sistemi produttivi a ciclo chiuso (closed-loop).
Stampa 3D, materiali e circolarità
Un primo esempio è il progetto MAGRITTE, nato dalla collaborazione tra Tessilquattro (Gruppo Aquafil), Università di Trento, Indivenire, ProM Facility (Trentino Sviluppo) e Caracol AM. Il progetto ha portato allo sviluppo di un composito ad alte prestazioni per la stampa 3D di grande formato, con l’obiettivo di coniugare performance tecniche, design e circolarità dei materiali. Il materiale è basato su nylon ECONYL®, una poliammide 6 rigenerata chimicamente da reti da pesca, scarti tessili e tappeti a fine vita, rinforzata con argilla per migliorarne le proprietà meccaniche ed estetiche. Un elemento distintivo del progetto è l’eliminazione della fibra di vetro, comunemente impiegata nei compositi per la stampa 3D ma difficilmente riciclabile, consentendo così il recupero del materiale e la sua reintroduzione nel ciclo produttivo.
Additive Nodes: LFAM e architettura zero wast
Il progetto Additive Nodes, sviluppato dalla designer Sina Lüder in collaborazione con Polymaker e Ginger Additive, si distingue per un approccio orientato allo zero waste e alla circolarità. I nodi strutturali del Ginger Pavilion, realizzati tramite LFAM in PolyCore™ PETG-1312, un composito in pellet progettato per essere riciclato a fine vita: possono infatti essere triturati, riconvertiti in pellet e riutilizzati per la produzione di nuovi componenti ad alte prestazioni. Il materiale, scelto per l’elevata resistenza alla deformazione e l’alto modulo di flessione, garantisce le prestazioni meccaniche richieste in applicazioni architettoniche complesse. Il progetto adotta inoltre principi di architettura smontabile, dimostrando come il Big Area Additive Manufacturing (BAAM) possa essere impiegato per realizzare strutture modulari, reversibili e riutilizzabili.
Lithic Flow Divider: estetica materica e fabbricazione robotizzata
Un altro progetto che adotta gli stessi principi di “zero waste” e circolarità è Lithic Flow Divider, sviluppato da Polymaker in collaborazione con Caracol AM. Il pannello divisorio, progettato da Massimiliano Boz e Giacomo Tomesani e realizzato tramite LFAM, è stampato in PolyCore™ PETG-1113 Marble, un composito che, una volta stampato, conferisce al manufatto un’estetica simile alla pietra, mantenendo un’elevata rigidità strutturale.
Il progetto dimostra infatti come l’estrusione robotizzata possa coniugare prestazioni strutturali ed estetica, grazie a un materiale che richiama l’aspetto della pietra naturale e valorizza il processo di deposizione strato su strato. La geometria nasce da un processo di modellazione generativa sviluppato con Cinema 4D, in cui una superficie è stata simulata con il comportamento dell’acqua e successivamente trasformata in un elemento fisico a scala reale mediante fabbricazione robotizzata.
La stampa 3D sta trasformando il modo in cui progettiamo e produciamo materiali, superfici e componenti per un futuro più circolare.
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